«La Dichiarazione di Roma è la prima vera reazione politica della Ue dopo la Brexit. E' un successo importante per il governo Gentiloni. Quando due anni fa pensammo di fare dei 60 anni dei Trattati non solo un momento celebrativo, ma anche l'occasione per riaffermare unità e volontà d'integrazione, non era affatto scontato che saremmo riusciti. Tanto più dopo che gli inglesi hanno votato per il sì alla Brexit».

Sandro Gozi è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega agli Affari europei. È stato uno dei protagonisti del negoziato, che ha prodotto il documento finale del vertice di sabato scorso in Campidoglio. Quali sono i punti forti di questa reazione?

«E' una risposta in tre parti: la volontà di rimanere uniti a 27, l'individuazione di nuovi obiettivi politici che devono dare sostanza al rilancio e l'indicazione di un metodo, che può riguardare tutti o, dove sarà necessario, gruppi di Paesi. Credo che abbiamo tutte le ragioni per essere soddisfatti».

Sul metodo, il fatto che non ci sia esplicito riferimento alle diverse velocità potrebbe costituire un ostacolo alla volontà di gruppi di Paesi di andare avanti, anche senza l'accordo di tutti?

«No. Era importante avere l'accordo di tutti sul fatto che alcuni possano andare avanti in maniera più intensa e veloce e quindi abbiamo dovuto negoziare e rendere la formulazione accettabile per tutti. Ma resta importante aver acquisito il principio. Nessuno vuole obbligare gli altri, ma nessuno vuole rimanere paralizzato dal veto di pochi. L'Europa non ha bisogno di nuove divisioni, ma non deve neppure rimanere immobile. Il metodo ordinario della nuova Unione sarà quello di usare cooperazioni rafforzate e avanguardie, ma lasciando la porta sempre aperta a chi vuole unirsi successivamente, come dice chiaramente la dichiarazione. E questo è fondamentale: in passato le proposte sulle diverse velocità erano spesso esclusive. Alcuni sceglievano chi stava dentro e chi fuori. Altro elemento cruciale, quello indicato nella dichiarazione è un metodo inclusivo anche delle istituzioni europee: per noi rimane essenziale tenerle dentro».

Sul piano operativo, qual è la road map, a chi spetta l'iniziativa, quali saranno i primi passi?

«A me pare che la parte più innovativa sia l'affermazione di un'Europa sociale, che deve rispondere ai cittadini completando l'Unione economica e monetaria. In autunno, su iniziativa svedese di concerto con la prossima presidenza estone, avremo un vertice sociale a Göteborg. Ci sta lavorando la Commissione europea e anche noi presenteremo delle proposte».

Mi fa un esempio di Europa sociale?

«Il sussidio europeo di disoccupazione, già presente nel programma della presidenza italiana nel 2o14, ha ora buone possibilità di essere lanciato. Un altro esempio è il rafforzamento degli strumenti di lotta contro la disoccupazione giovanile, la cosiddetta garanzia giovani».

Un altro passaggio della dichiarazione di Roma è l'Europa della Difesa. Quali saranno le prossime iniziative?

«La Commissione europea già in dicembre ha presentato delle proposte. Un primo obiettivo è la creazione di un Fondo europeo della Difesa. Poi dovremmo lavorare alla creazione del mercato unico della Difesa, per esempio con la revisione delle norme sugli appalti per le industrie del settore. Poi c'è la cybersecurity, di cui non ho bisogno di sottolineare l'importanza. Ancora, al vertice di Versailles, Francia, Germania, Italia e Spagna hanno discusso della possibilità di lanciare cooperazioni strutturate nel settore della difesa, ma altri Paesi come la Repubblica Ceca hanno già manifestato interesse. Ma per la difesa è importante anche la questione delle risorse».

Cosa vuol dire?

«Che occorrerà ripensare il modo in cui viene costruito il bilancio comunitario in rapporto ai nuovi obiettivi, contenuti anche nella dichiarazione di Roma e che guardano a un orizzonte pluriennale. In aprile il governo italiano presenterà un paper con delle idee su questo tema».

Cosa cambierà sull'immigrazione?

«Con il documento di Roma potremo rafforzare di più la dimensione esterna, come il rapporto con l'Africa, i migration compact con i Paesi d'origine, la polizia di frontiera europea. Rimangono aperte le questioni del diritto d'asilo europeo e della distribuzione dei carichi. Lì il negoziato è più difficile, ma spero che lo spirito mostrato a Roma produca qualche effetto».

Quanto peserà la Brexit sull'agenda di Roma?

«Credo che dovremo fare un vero dibattito sui 5 scenari proposti dalla Commissione nel suo libro bianco. Ma possiamo intanto rafforzare la democrazia europea, rilanciando la proposta che noi avevamo fatto a luglio scorso, di usare i 73 seggi del Regno Unito al Parlamento europeo per creare una circoscrizione europea con liste transnazionali».

Intervista a Paolo Valentino per il Corriere della Sera, 27 marzo 2017