Lettera a Il Foglio, 1 febbraio 2017

Al direttore - E’ ancora possibile una proposta di sinistra riformatrice, europeista e, soprattutto, vincente? Per avere una risposta occorre partire da Parigi, e dalla corsa sempre più lanciata di Emmanuel Macron, passato in poco tempo da outsider a cavallo su cui puntare nella prossima campagna elettorale. Con la vittoria di Benoît Hamon nelle primarie del Partito socialista, ha prevalso un’idea di sinistra in netta discontinuità con l’azione riformista di Hollande, e del governo guidato da Manuel Valls di cui era parte, fino all’anno scorso, Emmanuel Macron, ministro dell’Industria. C’è però da chiedersi quanto una proposta di questo genere possa far breccia nel corpo elettorale: Hamon dice cose giuste su ecologia e lotta alle disuguaglianze, ma nelle sue parole riecheggiano totem del passato (le 35 ore da portare a… 32) o idee ambiziose ma di molto dubbia fattibilità (come il reddito universale). Ecco perché guardare a Macron. Perché la sua piattaforma è certamente di sinistra (anche se lui vuole andare oltre...), ma di una sinistra capace di fare i conti con la realtà, di approvare riforme capaci di lottare contro le rendite, di dare più opportunità, di aumentare la competitività del paese, e soprattutto di non rinchiudersi negli steccati ideologici del passato. Macron del resto ha indirettamente conteso e occupato, almeno in parte, proprio lo spazio politico di Manuel Valls. Non stupisce allora che anche vari riformisti del Partito socialista guardino con interesse proprio a Macron: stando ai sondaggi, è l’unico in grado di potersela giocare con Fillon e Le Pen al ballottaggio. Hamon e il Ps viaggiano infatti tra il 10 e il 15 per cento: rischiamo cioè di avere l’ulteriore riprova che l’autolesionismo di una sinistra che per cinque anni ha combattuto il proprio governo può servire a vincere delle primarie ma molto probabilmente non paga nelle “secondarie”, cioè le presidenziali. Né a Parigi, né altrove… Ma c’è dell’altro. Macron sta conducendo una campagna coraggiosa e innovativa, specie per i canoni francesi, basata su parole d’ordine quali liberalizzazioni (in un paese ancora chiuso e corporativo), Europa (in un paese in cui il “sovranismo” di vario genere è sempre stato forte) e globalizzazione (da governare attraverso un’altra Ue, in un paese con crescenti tendenze protezionistiche). E’ una sfida a testa alta alle politiche della paura e della chiusura, a chi vorrebbe erigere muri e frontiere e distruggere l’Unione europea, pensando di tornare a un bel mondo che fu che, se mai c’è stato, certamente non tornerebbe. Più sovranismo nazionale per noi europei, infatti, significa più povertà e meno opportunità per tutti. Possiamo recuperare sovranità solo insieme, con un’Unione migliore. Cosa c’è di interessante per noi nella corsa di Macron? Due osservazioni su tutte. La prima: che la sinistra o è europeista e internazionalista o non è sinistra. Non credo sia casuale che la sua campagna stia decollando: ogni volta che la sinistra sceglie di inseguire i populismi e i nazionalismi, finisce per sembrare la brutta copia di qualcun altro, e si sa che gli elettori preferiscono l’originale. La seconda: quando la sinistra smette di fare i conti con la realtà, e dunque con una chiara prospettiva di governo, è condannata alla semplice testimonianza. Vale a ogni latitudine: da Corbyn a Podemos, passando ovviamente per la gauche de la gauche francese. Purtroppo, la tentazione di abbandonare il pragmatismo per tornare tra le braccia dell’ortodossia è forte in tutta la sinistra europea. Però se Corbyn guida il Labour, se Podemos sopravanza il Psoe, se Hamon batte Valls, è perché la sinistra più radicale dimostra comunque di aver capito l’inquietudine della nostra società. Sia le soluzioni della sinistra radicale, sia quelle degli estremisti di destra hanno un punto di forza: dimostrano alla gente di aver capito le loro paure, le loro insicurezze, la loro sfiducia. Le soluzioni proposte forse non vanno lontano nella realtà. Ma senza dubbio riavvicinano agli elettori. Invece la sinistra riformista in questi anni è sembrata allontanarsi o sottovalutare proprio quelle paure, quelle insicurezze, quella sfiducia. La sfida per i riformisti è quella di dimostrare che le risposte radicali sono sbagliate, e che le giuste domande di cambiamento, inclusione e sicurezza meritano risposte concrete: nuove protezioni per chi ha più bisogno, nuove opportunità per chi merita di più. E sopratutto non deve incarnare il sistema immobile, ma il cambiamento possibile. La strada è lunga… En Marche.

Sandro Gozi

Risposta del direttore Claudio Cerasa -

Non sarà facile per Macron ma è chiaro che oggi in tutto il mondo la sfida è tra partito dell’apertura e partito della chiusura. Verrebbe da dire che anche Renzi dovrebbe seguire l’esempio di Macron se non fosse che è Macron a dire che è lui che segue il modello Renzi (e chissà cosa darebbe Macron per essere nelle condizioni di Renzi e aver la possibilità di declinare un progetto riformista alla guida non di un piccolo movimento ma di un partito). Non sappiamo come andrà in Francia ma un fatto è certo: la retorica della post verità tipica del populismo la si deve combattere con l’unica arma che ha il riformismo: il linguaggio della verità, di chi entra nel merito dei problemi e li affronta parlando non solo alla pancia ma anche alla testa degli elettori. Grazie.