«L'Italia era la maglia nera dell'Europa in fatto di infrazioni. Oggi è la maglia rosa. E vero, paghiamo multe salate che sono un'eredità del passato. Ma con le strategie messe in campo supereremo queste criticità».

Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari Europei, replica così all'inchiesta del Tempo sulle spese sostenute dall'Italia per far fronte alle sanzioni Ue.

Sottosegretario Gozi, lei parla di multe destinate a scemare. Eppure la legge di Stabilità ha raddoppiato il fondo apposito destinandogli ben 600 milioni di euro per i prossimi tre anni contro i poco più di 300 pagati finora. Non è un controsenso?

«No, perché quel fondo, come recita anche il nome, è destinato al "recepimento della normativa europea"».

In realtà nella legge di Stabilità si parla proprio di pagamento degli oneri finanziari derivanti dalle multe della Ue.

«Mi spiego. Le procedure di infrazione possono riferirsi a due tipi di criticità: o violanzioni delle norme comunitarie o mancato recepimento delle stesse. Anche recepire in modo corretto una norma, però, ha un costo, una copertura finanziaria. Stanziare fondi a sufficienza per adattare il proprio ordinamento a quello comunitario significa prevenire le procedure di infrazione e non essere costretti poi a pagare le multe. È un principio cautelativo».

Prevenire le procedure di infrazione? Attualmente quelle contro l'Italia sono ben 72...

«Pensi che a marzo 2014 erano 119. In tre anni le abbiamo ridotte del 40%. Eravamo il fanalino di coda dell'Europa e ora siamo la maglia rosa, meglio di Francia e Germania. Senza contare che le quattro sanzioni che stiamo pagando adesso sono figlie di epoche precedenti».

Lei si occupa di queste problematiche da tre anni. Perché in questo periodo l'Italia non ha superato le quattro criticità per cui l'Europa ci ha multato?

«Abbiamo fatto passi in avanti su tutte le questioni. Pensi ai rilievi sull'emergenza rifiuti in Campania: abbiamo varato un nuovo sistema di smaltimento dei rifiuti solidi urbani e avviato una verifica con la Commissione Ue che potrebbe portare a una riduzione delle sanzioni. In quanto agli aiuti di Stato concessi irregolarmente alle imprese di Venezia e Chioggia, siamo riusciti a far modificare la normativa sugli interessi composti che queste imprese non dovranno più corrispondere sui soldi che devono restituire. E, su questo fronte, in futuro ci saranno sempre meno problemi».

Perché?

«Abbiamo organizzato un memorandum con la Commissione Ue secondo il quale tutti gli aiuti di Stato ora saranno vagliati prima da Palazzo Chigi e poi dalla stessa Commissione prima di essere concessi. In pochi anni siamo passati da 87.000 imprese che dovevano restituire fondi concessi irregolanuente da governi passati a sole poche decine».

Tra qualche mese l'Italia potrebbe essere sanzionata di oltre 60 milioni per il problema della dispersione delle acque reflue. E preoccupato?

«Dobbiamo cercare di evitarlo e il governo ha individuato un commissario unico che faccia quello che gli enti locali non riescono o non vogliono. Con le discariche abusive questo metodo ha funzionato, se è vero che grazie ai commissari il 32% dei siti nel mirino è stato regolarizzato».

Altro tasto dolente: i finanziamenti europei non spesi. L'Italia a metà del programma 2014-2020 ha utilizzato poco più dell'l% della somma di cui aveva diritto. Francia e Germania sono molto più avanti. Perché?

«Di questo si occupa il ministro De Vincenti. Intanto voglio sottolineare che grazie al sistema voluto dal governo Renzi - basato sui patti tra governo e Regioni o città- abbiamo speso tutti i finanziamenti del precedente programma, quello 2008-2014. E un'esperienza che tornerà utile anche per il programma attuale. La cui reale scadenza è il 2023».

Domenica si è tenuto il primo turno delle Presidenziali francesi. Gli europeisti hanno brindato alla vittoria di Macron. Eppure le diramazioni di Ppe e Pse ne sono uscite con le ossa rotte. Non lo trova paradossale?

«Macron era l'unico candidato che rilanciava un'idea pro-europeista. Un europeismo basato, in ogni caso, sulla necessità di riformare profondamente l'Unione. Proprio come il nostro».

Per alcuni Macron è una sorta di Renzi francese. Un Renzi senza partito: e questa è stata la chiave del suo successo. C'è il rischio che il Pd diventi il punto debole dell'ex premier?

«Renzi ha deciso di trasformare il Pd e in futuro lo trasformerà ancora. Macron ha ritenuto che il Partito Socialista francese fosse non trasformabile. Ma, pur avendo scelto due strade diverse, hanno gli stessi obiettivi. E io mi auguro riescano a centrarli».

Intervista a Carlantonio Solimene per Il Tempo, 25 aprile 2017