«Parafrasando De Gasperi, oggi occorrono sia il senso dell'urgenza e sia quello della lungimiranza. Ci sono tentativi di disgregare l'Europa, o di non farle fare quel salto di qualità che già fra due anni, nel 2019, potrebbe vedere le prime liste elettorali transnazionali. Il passo successivo potrebbero essere delle primarie europee, come proposto da Renzi, per la scelta del candidato alla guida dell'Unione».

Sandro Gozi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, ha l'Europa nel sangue. Ha insegnato a Parigi, ha lavorato con Romano Prodi presidente della Commissione, è un diplomatico di carriera prestato alla politica. Come rappresentante del governo italiano a Bruxelles, è stato protagonista anche di scontri politici con i rappresentanti degli interessi di Berlino in seno al gabinetto di Junker.

La convince la proposta di Esposito e Galli della Loggia, un presidente europeo eletto dai cittadini europei?

«Sono pienamente d'accordo: credo che l'Europa negli anni si sia strutturata in modo troppo commerciale, quasi unicamente concentrata sul mercato e troppo poco sulla politica».

Ma a Trattati vigenti si può cambiare poco.

«Bisogna fare una premessa. Gli sforzi verso una maggiore integrazione spesso vengono respinti perché oggi la Ue appare come un colosso con i piedi di argilla, cui manca una dimensione politica forte riconosciuta dai suoi cittadini. Sono d'accordo con l'idea di eleggere direttamente il presidente dell'Unione, è anche la proposta che ha fatto Renzi al Lingotto. Richiede una revisione dei Trattati che prima si avvia e meglio è».

I tempi non sembrano troppo maturi, vista la forza dei partiti antieuropei.

«Io credo che un passo avanti decisivo sarebbe convergere su una proposta che stiamo cercando di far passare. La figura di un presidente eletto dell'Unione sarebbe rafforzata e legittimata da primarie transnazionali, continentali. Questo processo aumenterebbe la popolarità dei candidati, la trasparenza del processo politico, permetterebbe di confrontare diverse idee e versioni dell'Unione che vogliamo».

Fra due anni si vota per rinnovare il Parlamento europeo, cosa si può fare subito?

«Come governo abbiamo confermato la proposta, presentata nel luglio scorso, di creare delle liste transazionali per eleggere almeno una parte del Parlamento e adesso questa proposta, che è anche un modo di seminare in vista di partiti politici transnazionali, si può applicare subito ai 73 seggi lasciati liberi dai britannici. E sempre nel 2019 il capolista potrebbe già essere il candidato alla presidenza della Ue. Tajani ha ricordato che è possibile far convergere subito le due figure di presidente del Consiglio e della Commissione. Abbiamo bisogno di un Presidente con una fortissima riconoscibilità politica, se no come direbbe Pirandello abbiamo troppi personaggi in cerca d'autore. E il numero due delle liste potrebbe fare il ministro dell'Economia o il ministro della Difesa europea».

Cambiare le istituzioni non significa creare una demos europeo.

«Io credo che ci sia già una maturità e una consapevolezza dei cittadini europei, e la possibilità di fare un salto. Se guardiamo al nuovo disordine globale, una nuova dimensione politica dobbiamo darcela in fretta. Gli altri hanno l'interesse di disgregare l'Unione oppure di affrontare i 27 Paesi che la compongono una alla volta, mettendoci in condizione di inferiorità».

Ma un salto di livello su piano federativo è maturo?

«Se parliamo di sicurezza, difesa ed economia, incrociamo temi che sono al centro del dibattito sulla sovranità, ma solo con una forte legittimità democratica si possono superare le critiche. Oggi esiste un gap fra il dibattito a livello nazionale e le nuove decisioni che abbiamo bisogno di prendere a livello continentale, ma senza legittimità non le potremo prendere. Ecco a cosa serve l'elezione diretta o le liste transnazionali. Ovviamente una federazione si fa solo con chi si vuole federare. Se in Francia vince una grande europeista come Macron, se in Germania c'è un riequilibrio con Schulz, ci può essere un gruppo di Paesi di testa che fanno da apripista».

Intervista a Marco Galluzzo pubblicata sul Corriere della Sera del 14 aprile 2017