Sono passati pochi giorni dalla maratona di New York. Si è detto e scritto molto quest’anno della grande partecipazione italiana, basta l’ hashtag #lacaricadei3002 utilizzato per rendere l’idea.

A noi piace riparlarne - anche dopo-la-notizia - con uno dei partecipanti, Sandro Gozi, il Sottosegretario della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha, come fa da diversi anni, percoso i famosi 42,195 chilometri, attraversando Brooklyn, Queens, il Bronx, con traguardo a Manhattan.

Quando lei arrivó a New York - gli chiediamo quindi - solo 10 giorni fa, c’era stato da poco l’attentato a TriBeCa. Con che stato d’animo ha partecipato alla maratona?

Con l’animo di chi non aveva alcun dubbio di venire a New York, portarsi la famiglia e partecipare. Era il miglior modo per rispettare New York, i newyorkesi: rispettare anche le vittime di quel terribile attentato. E’ una grande forza. Un grande esempio quello che New York ha dato in passato, come anche questa volta. Ha vinto la sfida contro la violenza con la normalitá, con il proseguire la propria vita senza rinunciare al proprio quotidiano, ai propri valori, alla propria libertá. Tutto questo fa di New York una cittá ammirata in tutto il mondo. La maratona è una scelta di libertá poi, e quest’anno lo era ancora di più, a pochi giorni dall’attentato.

Come ha trovato New York quando è arrivato?

Si vedevano più controlli, ma ho respirato l’atmosfera della New York, più bella e più giusta, cioè quella che continua a vivere e continua a essere se stessa. Newyorkesi che continuano a essere se stessi, che non rinunciano alla propria identitá. E’ questo il miglior modo per difendersi e per sconfiggere i barbari, che siano organizzati in gruppi terroristici, o che siano lupi solitari. Il miglior modo è quello di rimanere se stessi, di non perdere l’identitá, di non perdere il quotidiano, di non perdere la libertá.

Non dimentichiamo che subito dopo hanno organizzato addirittura la parata di Halloween…

Assolutamente, è sempre la stessa logica, quella giusta. Poi ho voluto portare i miei figli a Ground Zero, e anche al museo, per fargli vedere di persona cosa hanno vissuto i newyorkesi. Loro all’epoca non erano ancora nati. Nel racconto che vive in quello spazio trovo ci sia il miglior modo per New York di tutelare i propri valori, rispettare le vittime, e rispettare anche chi è sopravvissuto in quella terribile mattinata… Volevo far capire anche ai miei figli cosa è stato l’11 Settembre e come, già all’epoca, i newyorkesi e il mondo avevano reagito. Insomma, la sua domanda mi permette anche di dirle questo aspetto che è stato parte della nostra vita a New York.

Piú di tremila iItaliani a New York, addirittura abbiamo avuto anche un hashtag. Cosa ha significato per lei far parte di questa grande squadra di Italiani a New York?

Sono stato molto felice, orgoglioso, è stato un momento di festa. Tutto è andato bene per tutti e sono felice che ancora una volta gli Italiani abbiano dimostrato amicizia per l’America, gli Stari Uniti e New York, con l’entusiasmo per quella che rimane la maratona piú importante, io credo, al mondo.

Lei fa parte del “Montecitorio Running Club,” cos’è?

È un gruppo fondato con altri parlamentari vari anni fa. E’ venuto altre volte a NY, e ha sempre utilizzato il ruolo pubblico per fare fundraising per beneficenza. Abbiamo voluto dare un messaggio: lo sport fa bene e bisogna tenersi in forma. Lo sport è importante per la nostra salute, per il nostro quotidiano. Quando si ha un ruolo pubblico, grazie allo sport, poi si possono fare progetti di solidarietá sociale. In passato abbiamo raccolto fondi per ricostruire le scuole dopo il terremoto in Abruzzo e in Emilia, per sostenere le iniziative della Fondazione Don Orione a Napoli. Insomma abbiamo cercato di mettere al servizio, per fini sociali, il nostro ruolo pubblico di parlamentari e la nostra passione per lo sport. Un anno siamo stati addirittura in trenta parlamentari. Quest’anno eravamo solo io e Maurizio Lupi, ma lo scopo di Montecitorio Running Club rimane lo stesso: testimoniare che, anche quando si fa un lavoro impegnativo e si ha un ruolo pubblico, lo sport è importante, è importante nel quotidiano e è importante anche come messaggio.

Lei ha ha una vita molto attiva, come fa, come si allena?

Penso che infatti sia la prima volta che un membro del governo in carica partecipi alla maratona. Mi alleno quasi sempre la mattina presto, mi sveglio alle 6 – 6.15 e lo faccio di solito a Roma sul lungotevere o a Villa Borghese. Ma anche in qualsiasi città mi trovi, dato che viaggio molto sia in Europa che fuori dall’Europa. Porto sempre le scarpe da corsa perchè, ovunque sia, la mattina vado a correre. Trovo che sia un modo per mettersi in contatto con il territorio e vedere in maniera diversa la citta’ dove magari devo fare un negoziato, un convegno, un incontro politico. Tra l’altro la mattina presto le città si scoprono e conoscono meglio.

Qual’è il posto piú piacevole o diverso dove si è allenato?

Il luogo piú originale dove mi sono allenato è stato a Nuova Delhi in India. Ho corso fuori dal Gate of India. Era mattina, c’era una nebbia molto particolare, si vedeva poco. E’ stata per me un’esperienza intensa. Era prima di andare come rappresentante del parlamento Italiano a rendere omaggio alla tomba di Ghandi.

Qual’è stata la sua prima maratona?

La mia prima maratona è stata proprio a New York nel 2007.

Lei ha figli, mi ha detto, e l’hanno seguita in questa impresa newyorkese?

Si certo. Federica, 14 anni, e Giulia, 11 anni. Erano presenti e attivi nell’Italian Corner organizzato al ventitreesimo miglio sulla Quinta strada con Francesco Genuardi, il console Generale a New York. E c'erano sua moglie Isabel, mia moglie Manuela. Con loro un gruppo di italiani che incitavano i vari corridori Italiani.

Quale il momento legato alla maratona nella storia che ricorda di più? Mio padre mi parlava tanto di Abebe Bikila. Era il 1960, a Roma, non ero ancora nata.

Devo dire che anche mio padre mi raccontava di Abebe Bikila che correva a piedi scalzi a Roma negli anni 60’. Evidentemente le generazioni dei nostri genitori sono state molto colpite da questa cosa; mi ricordo di questa foto in bianco e nero, di questo corridore di colore che correva a piedi nudi, diciamo che è anche per me un racconto paterno. E’ stata la prima introduzione fatta nella mia famiglia alla maratona. Poi mi ricordo sempre di Dorando Pietri, che stava per vincere la maratona a Londra. Caduto a pochi metri dall’arrivo, era stato aiutato ad alzarsi. Arrivato al traguardo venne squalificato perché qualcuno lo aveva aiutato a rialzarsi. E questo è un’altra di quelle storie vere della maratona a cui io penso spesso. E devo dire che quest’anno l’avevo ben presente. L’ultimo chilometro e mezzo l’ho veramente sofferto e ho pensato “non puoi fare come…Dorando Pietri, non puoi fermarti vicino dal traguardo”

A livello personale lei è contento del risultato che ha raggiunto con questa maratona?

Sono molto contento, il mio risultato personale è 3.27, a NY ho fatto 3.38 però devo dire che dopo vari anni è stata una gara che ho gestito bene, regolare, non ho mai avuto punti di estrema sofferenza anche se ho avuto certo difficoltà. Vorrei finire parlando dei giovani, perché tutto lo sport lo sappiamo è importante per loro. Ma nella maratona c’è qualcosa di piú.

Le ho parlato di Abebe Bikila, c’era qualcosa di simbolico nel modo in cui la correva. Questa sfida con se stessi, ma allo stesso tempo questo far parte di una corrente di persone intorno te. Che messaggio secondo lei possiamo dare?

Il messaggio ai giovani è: bisogna impegnarsi e lavorare per raggiungere dei risultati. La maratona è un impegno di un anno per raggiungere un grande risultato. Anche i risultati che sembrano impossibili “42km di corsa, ma come si fa?” possono essere raggiunti se si ha disciplina, costanza, se ci si allena. Se ci si impone una sfida con se stessi. Ci sono pochi ostacoli che non possiamo superare se si studia se stessi in maniera approfondita e ci si mette alla prova. E poi si fa parte di una comunità. La maratona è bella non solo perché come individuo corri 42km, ma è bella ancora di più perché c’è una grande comunità di runners da tutto il mondo, che fa della maratona un evento speciale. E quindi, anche quando ci si pongono degli obiettivi individuali si può veramente cogliere tutta la bellezza dell’obiettivo da raggiungere, se ci si rende conto che si appartiene una comunità più ampia. Questi sono i messaggi e la maratona è una metafora della vita.

Intervista di Letizia Airos per iItaly.org, 10 novembre 2017